Gabriella Bracco

Cuor di camoscio“. Può capitare che un sabato in cui la neve cambia i tuoi programmi, puoi approfittare per leggere l’ultima fatica di una persona squisita il cui cammino – per strani giochi del destino – ha incrociato il tuo.
Galeotto fu un calendario di meravigliose fotografie targato 2010.
E’ da allora che ti conosciamo, ma in realtà con Te abbiamo trascorso all’incirca una manciata di ore esattamente quante me ne sono occorse per leggere il tuo libro.
Di te so veramente poco, ma mi sono fatta un’opinione, ovvero:
un “orso” eclettico multi-interessi.
Inizio la lettura e scopro una sfumatura di te a me del tutto sconosciuta.
C’è proprietà di linguaggio, dovizia di particolari a tratti istintivi, altri (es. i meccanismi dell’orologio di Noel) suppongo appresi ad hoc.
C’è narrativa, suggestione, ricordi reali che abbracciano la fantasia e creatività entrando ed uscendo da esse che con leggera spontaneità lambiscono la morale, i valori, le credenze popolari mistiche ed esoteriche.
C’è acuto spirito di osservazione, proprio di chi sa sentire ascoltando anche i silenzi e di chi vede sapendo guardare attraverso e dentro l’animo delle persone, ma anche della montagna.
C’è fraseologia forbita a tratti desueta quasi arcaica, ma scorrevole poiché scientemente ed armoniosamente intercalata da parole in dialetto e dai discorsi coloriti dei personaggi che rendono la lettura interessante, gradevole, mai melense o stucchevole.
E poi ci sono le narrazioni.
Sebbene così diverse tra loro per epoche, argomenti, personaggi, c’è sempre un unico filo conduttore che non è quello scontato.
I racconti mi sono piaciuti tutti! La delicata sensibilità con cui si sviluppa “Grasso di marmotta”, alla silente solitudine che affligge chi dietro alla corazza dell’eremita cela paure e disagi, passando per retaggi culturali e religiosi a vicende umane che si tramandano per tradizione ed altre che si perpetuano inconsciamente. Qualcuno di più, qualcuno meno, ma tutti intrisi di sentimenti, impulsi, istinti, bisogni primordiali. Tutti mi hanno particolarmente colpita per intrigo e per un finale che non ti aspetti e che comunque ha sempre una morale.
Il mio preferito: “Nel nido dell’aquila”. L’incipit non può essere frutto di fantasia, è vita vissuta, è esperienza diretta, non si può essere così convincenti se quell’attrezzatura non l’hai realmente soppesata, trasportata ed hai sentito il fardello divenire sempre più greve a mano a mano che la salita si fa più irta.
Quando descrivi Diego, le sue scelte, le sue predilezioni, ed il modo con cui ama studiare, consultare enciclopedie e web per prepararsi, mi è sovvenuta quell’ora trascorsa a sentirti parlare di orchidee. In te non c’era il tono saccente dell’insegnante che ostenta nozioni; c’era la passione tipica di chi sente trasporto, sentimento e crede in quello che fa.
Sì il “Nel nido dell’aquila” ti appartiene e non solo perché è quello che consta della maggiore lunghezza.
L’ultimo non è ultimo a caso, secondo me.
Contiene un messaggio subliminale molto toccante. Viviamo ormai pregni di egoismo, intolleranza, odio verso tutti, è straordinariamente evocativo un inno a riscoprire l’altruismo e il valore della solidarietà genuina.
Non basta essere nati o vivere in montagna per acquisirne le proprietà recondite.
Il termine “muntagnin” spesso impropriamente si utilizza in senso dispregiativo invece il vero “muntagnin” è colui che custodisce nel proprio cuore, semplicità, ma con profondità d’animo e spiccata sensibilità.
La sensibilità con cui trasferisci le sensazioni, le esperienze, il tuo sapere dal tuo cuore in punta di penna sulla carta.
Il filo conduttore nel tuo libro, non sono le fotografie, non sono i racconti, non è la montagna, non sono i camosci, ne il loro cuore, ma solo il tuo. Davvero bello, bravo.

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